La Storia Galleria Corsini
I Corsini a Roma e nello stato pontificio
Con l’elezione a pontefice del cardinale Lorenzo Corsini col nome di Clemente XII (1730 - 1740), si inaugura a Roma l’ultima stagione dei grandi interventi urbani. Come indica la dedica della raccolta di stampe edita nel 1739 da G. Domenico Campiglia che ne celebra l’attività, l’impegno del Papa nasceva non solo dalla volontà di lasciare un segno indelebile a maggior gloria della cristianità, ma per venire incontro alle esigenze della pubblica utilità e per alleggerire la crisi economica che ormai da tempo aveva colpito lo stato.
In questo senso va infatti valutato l’impegno ad esempio nella costruzione della fontana di Trevi, segno forte della posizione ideologica del papa e del suo“entourage” nei riguardi della città e della sua cultura che nella volontà di inserirsi nel solco della tradizione, apporta forti elementi innovativi.
Questi tengono probabilmente presenti anche le nuove istanze storicistiche portate alla luce con grande anticipo dalla filosofia di G. Battista Vico. Nella fontana infatti agisce il tema della continuità storica che riallaccia in un flusso temporale continuo che ha ritmi addirittura geologici, epoche lontane e vicine, tra loro unite da una nuova consapevolezza e dal gioco interno dei bisogni e delle aspirazioni umane. E proprio questo nuovo senso della storia che porta ad abbracciare e a dare vigore a quelle tendenze classicistiche che si erano manifestate già nel seicento ma che non avevano saputo opporsi validamente al barocco dominante, contribuendo anzi ad illanguidirne la carica emotiva. Per i Corsini e per Bottari che è il divulgatore di tali assunti, il tardobarocco non è altro che prassi. Privato di ogni finalità progettuale, esso non è in grado di reagire alla pericolosa crisi di valori che coinvolge la società e le stesse strutture religiose, aprendo una falla entro la quale si insinuano i germi di un laicismo virulento e distruttivo. Tramite il classicismo si veniva invece a recuperare quegli aspetti razionali che non erano più esclusiva pertinenza dell’illuminismo laico e che anzi permettevano di confrontarsi con esso, per così dire, ad armi pari.
Tutta l’attività del decennio corsiniano si basa su questi assunti. L’impegno a Ravenna nel prosciugamento delle paludi, ad Ancona nella valorizzazione del porto, a Roma nell’intervento sulla facciata di S. Giovanni in Laterano, la chiesa madre del cattolicesimo, nella costruzione del palazzo della Consulta, la prima costruzione nata esclusivamente per soddisfare alle esigenze burocratiche dello stato, per citare solo gli esempi più importanti, hanno tutti una valenza simbolica e pratica, tendono cioè a indicare l’impegno nel processo di ristrutturazione dello stato secondo nuovi criteri di razionalità, nel tentativo di riprogettarne in senso moderno le funzioni. In un tale programma che Clemente XII voleva certamente più esteso — il papa era pronto ad impegnare il cospicuo patrimonio familiare dando fondo al tesoro sistino che, come si sa, poteva essere prelevato solo su garanzia dei beni personali del pontefice — furono coinvolti molti collaboratori, ma i più vicini furono il nipote Neri (1685 - 1770), eletto cardinale nel 1730 e il suo bibliotecario Giovanni Gaetano Bottari (1686 - 1775) che contribuirono a chiarirne gli intenti e, soprattutto il secondo, a divulgarne i presupposti e le finalità.
Il Palazzo Corsini
Poco dopo l’elezione di Clemente XII, la famiglia si affrettò a trasferirsi da Firenze a Roma e nel 1735 acquistò il cmquecentesco palazzo Riario di via della Luugara le cui forme sono tramandate in un dipinto conservato nel Museo di Roma. Il palazzo era anche stato nel secolo precedente la residenza della regina Cristina di Svezia giunta a Roma dopo la sua conversione al cattolicesimo (1659 - 1689). In questi anni la costruzione aveva subìto notevoli interventi di ammodernamento per adattarlo ai molti interessi della regina, amatissima dai papi malgrado l’eccentricità del personaggio. Il pianoterra fu ristrutturato per accogliervi la collezione di statue, mentre il piano nobile accolse la celeberrima quadreria. Purtroppo questo ingente patrimonio, quasi tutto di provenienza italiana, andò disperso, come si sa, dopo la morte della regina e ben pochi esemplari rimangono oggi a Roma.
I Corsini però non si accontentarono di abitare nelle strutture esistenti, ma chiamarono l’architetto fiorentino Ferdinando Fuga (1699 - 1781) che ristrutturò la parte cinquecentesca e secentesca e la uniformò agli imponenti ampliamenti cui sottopose il palazzo. Il Fuga infatti addossò all’esistente, un corpo centrale destinato a contenere esclusivamente la scenografica scalinata a doppia rampa inondata dalla luce proveniente dai grandi finestroni che guardano sul giardino ora adibito a Orto botanico ma un tempo col Gianicolo e una parte di villa Doria Pamphili, pertinenza del palazzo. A questo aggiunse un’altra ala speculare alla prima, entrambe raccordate nel retro al corpo centrale da porticati terrazzati che però furono terminati molto più tardi. Nel progetto del Fuga sono evidenti soprattutto le esigenze di funzionalità che determinano una nuova ripartizione degli spazi organizzati su un sistema di corridoi di servizio raccordati ai vari piani da scale. Ne consegue una netta separazione della rappresentanza dai servizi, creando percorsi differenziati in netto contrasto con le tipologie tradizionali del palazzo romano. L’ orizzontalità della facciata poco articolata, si apre sull’ampio atrio a tre navate che smista nelle varie direzioni i visitatori e dà un sentore degli immensi spazi sui quali si squaderna la costruzione suggerendo nel contempo l’articolarsi di questa entro il giardino che si inerpica lungo le pendici del Gianicolo. L’asse principale di veduta nel retro era suggerito da una architettura arborea, denominata nelle incisioni “Teatro di verdura” preannunciata da un giardino con aiuole e fontane. Una scalinata a doppia rampa, ancora in loco agevolava la salita sulle pendici del colle e terminava con un ninfeo.
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