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La Storia
Palazzo Spada e Galleria Spada

LA GALLERIA DI PALAZZO SPADA
La Galleria Spada venne aperta al pubblico nel 1927. Lo Stato l’aveva acquistata nel noverhbre dell’anno precedente, insieme al Palazzo che divenne sede definitiva del Consiglio di Stato. Chiusa al pubblico negli anni quaranta, fu nuovamente aperta nel 1951 grazie all’interessamento dell’allora Soprintendente alle Gallerie di Roma, il Prof. Achille Bertini Calosso e soprattutto all’impegno del Prof. Federico Zeri, già direttore del Museo, che oltre a far rientrare in sede gran parte delle opere disperse durante la guerra, ne curò personalmente il riordino, cercando di restituire il più possibile alle quattro Sale di cui si compone, il loro primitivo aspetto di piccola raccolta privata del sei-settecento.
La Galleria Spada resta pertanto un esempio superstite di quadreria antica, dove i dipinti, disposti sulle pareti in file successive, si integrano e si armonizzano con un ricco e vario apparato di arredi, mobili e sculture antiche e moderne. E dove la varietà dei soggetti iconografici prescelti, dalle scene religiose a quelle mitologiche, dai ritratti ai paesaggi, dalle scene di genere alle nature morte, e la diversità delle scuole pittoriche rappresentate, consente di ottenere una visione particolarmente viva del fenomeno del collezionismo nei secoli XVII e XVIII.
La maggior parte delle opere esposte proviene dalla collezione di Bernardino Spada (1594-1661) successivamente accresciuta di nuove acquisizioni ad opera del suo pronipote il Cardinale Fabrizio Spada (1643-17 17). Un contributo minore ma di una certa rilevanza si deve alla passione collezionistica di Virgilio Spada (1596-1662), mentre in seguito al matrimonio di Orazio Spada (16131687) con l’ereditiera Maria Veralli (1686) nel 1636, entrarono a far parte della collezione numerose opere antiche e moderne di notevole importanza.La Galleria è ubicata al primo piano, in un’ala seicentesca del Palazzo, appartenuto al Cardinale Girolamo Capodiferro (1502-1559) che lo aveva fatto edificare su edifici preesistenti di proprietà della famiglia, a partire dalla fine del 1548, dall’ architetto Bartolomeo Baronino (1511-1554) di Casale Monferrato.
L’artista presente a Roma fin dal 1535, era già attivo in qualità di capomastro nel vicino cantiere di Palazzo Farnese (1541-1549), a contatto con Antonio da Sangallo e la sua cerchia.
Quasi del tutto ultimato nel Giubileo del 1550, anche relativamente alle decorazioni in stucco che impreziosiscono la facciata e il cortile, e agli stessi cicli pittorici del Piano Nobile, il Palazzo Capodiferro passò nel secolo successivo al Cardinale Bernardino Spada (1594- 1661) che lo acquistò nel luglio del 1632 da un erede Capodiferro, Girolamo Mignanelli, per 3200 scudi. Da circa un anno Bernardino Spada era rientrato a Roma da Bologna, dove era stato inviato nel 1627 come Legato Pontificio da Papa Urbano VIII, che lo aveva eletto Cardinale l’anno prima, e si era stabilito in affitto nel Palazzo De Cupis a Piazza Navona, con l’intento di comprano, ristrutturarlo e farne stabile dimora.
A dissuaderlo da tali propositi e a proporgli invece l’acquisto di Palazzo Capodiferro fu il fratello Virgilio, oratonano presso la Chiesa Nuova ed esperto in questioni architettoniche: l’edificio si presentava in buone condizioni di conservazione e di conseguenza non avrebbe richiesto altro impegno di denaro.per ulteriori interventi. Inoltre rispondeva meglio alle esigenze di abitazione del Cardinale e del suo seguito, munito come era anche di un grande giardino nel retrocortile.
Guercino, Ritratto del Cardinale Bernardino Spada (Sala I)


Contrariamente al parere di Virgilio, che riteneva superflue ulteriori innovazioni, fin dall’atto di acquisto Bernardino diede inizio ad una serie di lavori che ebbero durata trentennale e che effettivamente conferirono al Palazzo un nuovo e più godibile aspetto. All’anno 1636-37 risale la prima sostanziale modifica apportata al Palazzo che comportò l’aggiunta al corpo cmquecentesco della lunga ala che si protende a sinistra verso via Giulia.
Da essa ebbero origine la “Galleria del Cardinale”, destinata ad accogliere parte della sua collezione e per questo concepita nella caratteristica struttura allungata, e oggi conosciuta come Terza Sala del Museo, e la Seconda Sala, adibita allora a Studiolo Piccolo.
Le restanti due Sale, note come Prima Sala, ambiente cinquecentesco facente parte del palazzo, e Quarta Sala, modesta terrazza lignea che affacciava sul giardino, trovarono l’attuale sistemazione diversi anni dopo, nel 1653, durante un’ampia fase di lavori che vide il rinnovamento del giardino segreto dei melangoli con l’assetto strutturale e decorativo delle stanze con esso confinanti e soprattutto la realizzazione della Prospettiva ad opera del Borromini, e della scaletta a chiocciola che conduce al Museo stesso.
La prospettiva del Borromini
Percorrendo il cortile del Palazzo dall’ingresso principale, si scorge sul lato sinistro, attraverso l’apertura centrale con cancello di noce, la celebre galleria prospettica, che si spinge al di là del giardino piccolo dei melangoli, restituita alla sua immagine originaria da un recente e laborioso intervento di restauro.
La sensazione di stupore che si prova al primo sguardo, è suscitata dalla profondità illusoria che essa suggerisce, di circa 35 metri, ben diversa da quella reale che è di 8,82 metri. L’effetto ingannevole si basa sulla convergenza dei piani del colonnato che anziché procedere parallelamente confluiscono verso un unico punto di fuga, degradando dall’alto in basso e rimpicciolendosi al fondo, mentre il pavimento in mosaico sale.
Prima ancora che il Principe Clemente Spada (1778-1866) nel 1861, collocasse nella parete di fondo la statuetta del guerriero di epoca romana, ora sostituita da un calco, il senso prospettico veniva ulteriormente accentuato proprio dal fondale dipinto a finta vegetazione. Realizzata nell’arco di un solo anno, dal 1652 al 1653, dal Borromini, coadiuvato dal Padre agostiniano Giovanni Maria da Bitonto, la galleria testimonia gli interessi che il committente, il Cardinale Bernardino Spada, riservava per i giochi prospettici, suggeritori di spazi illimitati inesistenti, e di cui aveva già dato ampia dimostrazione nel 1635, facendo decorare dai quadraturisti bolognesi Agostino Mitelli e Michelangelo Colonna, all’interno del Palazzo, le pareti del salone di Pompeo con prospettive illusionistiche. Del resto, anche la galleria prospettica venne eseguita ad affresco in una prima versione. Nel 1642 il Cardinale fece dipingere dal pittore Giovanni Battista Magni (Modena, 1592 - Roma, 1674) una veduta prospettica sulla stessa fronte del muro di cinta del giardino segreto ove poi il Borromini aprì quella vera. Frammenti consistenti rinvenuti durante l’ultimo restauro, mostrano colonne dal capitello dorico, le stesse adottate nella costruzione dall’architetto.
La ripresa di un siffatto colonnato, fu suggerita a Bernardino dalla visione di uno scenografico apparato liturgico disegnato dal Borromini per la celebrazione delle “Quarantore” nella cappella Paolina in Vaticano, e a cui aveva fatto pure riferimento Virgilio Spada per la realizzazione del tabernacolo prospettico nella Basilica di San Paolo Maggiore a Bologna, eseguito non a caso, da Padre Giovanni Maria da Bitonto. Le circostanze favorevoli che indussero Bernardino a convertire la prospettiva ad affresco in una prospettiva “reale” e a sfondare quindi il prospetto murario, fu la concessione nel 1652 di una striscia di terreno di proprietà della famiglia Massan, confinante con il suo giardino.
11 Cardinale poteva così mettere in atto uno dei più ingegnosi artifici dell’arte barocca, attribuendogli forse il significato morale dell’inganno dei sensi e dell’ illusorietà delle grandezze terrene.