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"...quella Galleria, che par fatta
il teatro dell'Universo, il compendio delle maraviglie,
e la vaghezza dello sguardo umano". Così il
letterato Scipione Francucci, nel suo poemetto del 1613,
descrive per la prima volta, la raccolta di dipinti e
sculture antiche del cardinale Scipione , nipote di papa
Paolo V (1605-1621), che sarebbe stata ospitata l'anno
successivo nella nascente Villa Borghese fuori Porta Pinciana,
il simbolo dell'età aurea borghesiana. Essa, ancor'oggi,
si caratterizza in maniera unica sia per l'eccezionalità
del suo sito, immagine serena di architettura e natura
insieme, già paragonato da L. Lepureo (1628) al
giardino delle Esperidi o al Parnaso, sia per la ricchezza
delle sue collezioni, legate, nel nucleo originario ancora
esistente, alle scelte del suo creatore e proprietario.
La villa, esemplificata sul modello dell'architettura
suburbana d'età classica, con la pars urbana e
la pars rustica, è concepita già in origine
nel Seicento, come un museo ante litteram, un vero e proprio
microcosmo di ogni forma d'arte. Immersa in piena natura,
fuori dalle mura Aureliane, la palazzina è lontana
da ogni consuetudine dell'Urbe abitata, a differenza delle
altre dimoredei Borghese in Roma nel II decennio del Seicento
(Palazzo di Borgo, di Campo Marzio e di Monte Cavallo).
Nasce per rispondere alle esigenze di rappresentanza pubblica
e privata della famiglia e al collezionismo appassionato
di Scipione che qui intende esaltare non tanto la nobiltà
del suo casato quanto la seduzione dell'arte antica, alla
ricreazione della quale rispondono le diverse soluzioni
formali architettoniche, scultoree e figurative, innazitutto
l'immagine stessa della villa, ricordata da J. Evelyn
(1644) come "una cittadella circondata da muri con
torri", un sito ideale in competizione con le ville
classiche, come quella di Lucullo al Pincio, e rinascimentali,
come la villa Medici (1544) o quella del suo rivale il
cardinale Pietro Aldobrandini a Frascati (1598-1604).
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