Home > Lazio > Museo e Galleria Borghese > La Storia English | Français
Home | Musei | Eventi e Mostre | Regolamento | Prenotazioni |Chi Siamo | Contatti | Link |

Storia Galleria Borghese

parte 2

Il giorno successivo all'elezione di papa Paolo V (maggio 1605), la "vigna vecchia al muro torto" è lasciata in eredità a Scipione, come anche l'intera collezione di opere d'arte. Iniziano ora i lavori di costruzione dell'edificio, la cui direzione è affidata all'architetto Flaminio Ponzio e alla sua morte (1613) all'olandese Jan van Santen detto il Vasanzio. Essi si concluderanno nel 1621, sotto un terzo architetto, Girolamo Rainaldi, subentrato al Vasanzio, morto nello stesso anno. L'impianto secentesco della palazzina di Vasanzio, cui il recente restauro (terminato nel 1997) ha restituito l'originario bianco marmorino della facciata, si avvicina ai modelli della tradizione classicheggiante cinquecentesca, rappresentata dalla Farnesina di Baldassarre Peruzzi (1509) o da Villa Medici di Annibale Lippi (1544). La pianta è a U con le due ali laterali avanzate, il loggiato centrale sormontato da un terrazzo, il prospetto ornato dalla esculture antiche, secondo il gusto manierista già sperimentato nel Casino di Pio IV da Pirro Ligorio o nella suddetta Villa Medici sul Pincio. Nella facciata posteriore, si apriva, al centro delle due torrette angolari "per gli famigli", un loggiato aperto (poi chiuso nel Settecento), affrescato da Lanfranco con un Concilio degli Dei (1625), prospiciente sul "giardino delle Prospettive" o del "Narciso" dall'originaria statua bronzea, sostituita, poi, da una marmorea di Venere, su una vasca di marmo africano. Adiacenti alla palazzina erano i due giardini segreti, disposti come ali, che proseguivano all'aperto la spazialità dell'interno mentre il parco si articolava in tre recinti, segnati da muri in seguito abbattuti, con viali regolari che scandivano le aree verdi. Il carattere della collezione si identifica con l'estrosa personalità del suo proprietario, poco dedito agli affari di stato e molto più incline ad assecondare la sua personale piacevolezza e, soprattutto, la sua passione per l'arte. Il nucleo originario con la sua raccolta è caratterizzato dall'interesse per l'antico e per il classicismo in tutte le sue forme, che lo porta a escludere le opere del periodo medievale e, insieme, dall'apertura verso le più innovative correnti artistiche della sua età. Alla ricchezza della raccolta hanno contribuito le appropriazioni spregiudicate e gli atti di prepotenza del "cardinal nepote" (la raccolta del Cavalier d'Arpino, con i dipinti di Caravaggio, la Caccia di Diana, le opere di scuola emiliana, con i Garofalo e i Dosso Dossi, la Deposizione di Raffaello); a queste si sono aggiunti i doni e gli acquisti (le sculture antiche di Tiberio Ceuli, le collezioni dello scultore Giovanni Battista della Porta, del Patriarca di Aquileia, di Cesare d'Este, con dipinti di Dosso, e del cardinal Sfondrato con opere venete, di Tiziano e di Guido Reni). Sono documentate in galleria, grazie a questa pluralità delle scelte del cardinale, le correnti più significative e gli artisti italiani e stranieri più geniali del Cinque e Seicento, come Tiziano, Caravaggio, Bernini e Rubens. Alla fine del Seicento la collezione raggiunge il massimo della sua ricchezza grazie all'ingresso di numerose opere dell'eredità di Olimpia Aldobrandini (1682). Una seconda significativa presenza di artisti si ha alla fine del secolo XVIII (1770) quando Marcantonio IV Borghese avvia una radicale ristrutturazione di tutta la villa, aggiornando la decorazione interna e lo schema del giardino ai più eleganti stilemi del neoclassicismo. L'incarico viene affidato all'architetto Antonio Asprucci che a sua volta chiama a collaborare, nel rinnovamento delle varie sale, un'équipe rinomata di artisti, italiani e stranieri, pittori (G. Hamilton, T.M. Conca, B. Gagneraux, L. Pecheux etc.). L'intervento decorativo riguardano tutto l'interno: le pareti si rivestono di policromie marmoree a stucco romano, i camini secenteschi di peperino vengono sostituiti da altri ornati di materiali preziosi. Nelle volte, scompartite da eleganti quadrature architettoniche, vengono ospitate pitture su tela, che recuperano l'originaria iconografia della scultura posta al centro (sala di Apollo e Dafne, del Sileno e dell'Ermafrodito). Anche i pavimenti vengono rinnovati con l'inserto di preziosi marmi dell'età romana. All'insegna della cultura dell'esotico, influenzata anche dai libri dei viaggi, si ricerca la suggestione del mondo egizio nel cabinet all'egiptiènne al pianterreno descritta da Paolo Giunghi nel 1782 (sala 7). All'esterno l'intervento di Antonio Asprucci risulta oltremodo invasivo: la facciata viene spogliata dei suoi rilievi, non più rispondenti al gusto dell'epoca, e così l'antistante piazza, la scala secentesca è eliminata. La perdita più grave è costituita dalla vendita, nel 1807, da parte di Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte, a Napoleone, per tredici milioni di franchi, di gran parte della collezione archeologica, confluita al Louvre (fondo Borghese, Parigi). Camillo Borghese, in seguito, cerca di compensare questa perdita e a quest'epoca (1805-08) risale la commissione ad Antonio Canova del ritratto di Paolina come Venere vincitrice e l'acquisto nel 1827 della Danae di Correggio (1530-31). Un nuovo fidecommisso (1833) impedisce ulteriori dispersioni alle opere che vengono acquistate, con la palazzina e l'intero giardino, dallo Stato italiano nel 1902.


Dott.ssa Paola Mangia